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COMMENTO AL TESTAMENTO DI SAN FRANCESCO

  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min



Quando si pensa a san Francesco non si pensa subito ad un scrittore ma ad un grande santo, una figura unica nella storia della chiesa.

Eppure san Francesco è uno dei primi scrittori della lingua italiana, noto soprattutto per il cantico delle creature o cantico di frate sole.

Ma san Francesco ci ha lasciato altri scritti, non meno importanti. Tra di essi è notevole il suo testamento, dettato dal santo nel 1226, poco prima della sua morte.



Ecco il testo:

Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vede i lebbrosi;  e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi stetti un poco ed uscii dal mondo.

E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io semplicemente pregavo e dicevo: “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

Poi il Signore mi dette i mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà...Leggi tutto il testo





I primi tre capoversi del testamento iniziano con l’espressione :”Il Signore mi dette...”. Il protagonista della vita di san Francesco è il Signore. E’ il Signore che lo spinge a fare penitenza, cioè a convertirsi a Dio; è il Signore che gli dà fede nelle chiese; è il Signore che gli dà fede nei sacerdoti.

Francesco equipara l’essere nei peccati al non voler vedere i lebbrosi. Ma solo dopo che, condotto sempre dal Signore in mezzo a loro, usò con essi misericordia, l’amarezza, che provava al solo vederli, gli fu cambiata in dolcezza di anima e di corpo.

La fede nelle chiese lo porta non solo a visitarle, ma a comporre una delle preghiera che san Francesco ci ha lasciato: “Ti doriamo (riportare il testo).

La fede nei sacerdoti lo spinge a ricorrere a loro e a non predicare contro la loro volontà e a temerli, amarli e onorarli come suoi signori e a non considerare in loro il peccato perché in essi Francesco riconosce il Figlio di Dio ed essi sono suoi signori. Francesco ci spiega anche il motivo di questo suo comportamento: dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vede corporalmente in questo mondo, se non il santissimo corpo e sangue suo che i sacerdoti ricevono e amministrano agli altri.

Ancora Francesco vuole, non propone o chiede, rivolgendosi ai sacerdoti, ai frati e a tutti i fedeli, che questi santissimi misteri, sopra tutte le altre cose, siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. Francesco che voleva la più assoluta povertà e semplicità, fa eccezione per il sacramento dell’Eucaristia.

Anche i nomi e la parole di Gesù Francesco venera e vuole che se trovati in luoghi indecenti, siano raccolti e collocati in un luogo decoroso: questo perché Francesco crede che anche la Parola, oltre all’Eucaristia, rende presente Gesù.

Siamo giunti al dono che Francesco non aveva previsto: i frati.  Quando si trovò attorno dei fratelli, né egli sapeva come vivere e nessuno gli mostrava che cosa dovesse fare, ma fu ancora lo stesso Altissimo a rivelargli che doveva vivere secondo la forma del santo Vangelo, cioè che doveva mettere in pratica gli insegnamenti del Vangelo. Nacque così la prima regola, composta prevalentemente da versetti evangelici e approvata oralmente da papa Innocenzo terzo nel 1209.

Quasi con nostalgia Francesco ricorda quei primi tempi: i frati distribuivano ai poveri tutto ciò che possedevano ed erano contenti di avere una sola tonaca, per di più rappezzata dentro e furori, del cingolo e delle brache e non volevano avere di più.

Francesco pregava la liturgia delle ore perché era chierico, mentre i laici recitavano i Pater noster,  e si fermavano volentieri nelle chiese ed erano illetterati e sottomessi a tutti.

Francesco lavorava con le sue mani e vuole che i frati lavorino di un lavoro onesto. Sembra che fosse abile nell’intrecciare cesti di vimini. Quelli che non sanno lavorare devono imparare, non per cupidigia della ricompensa del lavoro ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio, nemico dell’anima.

Se non venisse data la ricompensa per il lavoro, possono ricorrere alla mensa del lavoro, chiedendo l’elemosina di porta in porta.

L’ultima rivelazione del Signore è il saluto: “Il Signore ti dia pace”. Purtroppo questo saluto, che è preso dal vangelo, è stato trasformato in “Pace e bene”, saluto tardivo e non evangelico.

A conclusione possiamo affermare che il testamento di san Francesco conserva tutta la sua attualità perché ci fa vedere come san Francesco sia stato “tutto evangelico e tutto apostolico”, come afferma una antifona della liturgia delle Ore della festa di san Francesco.

La centralità del Vangelo, l’importanza della preghiera, la fede nelle chiese e naturalmente nella Chiesa, la venerazione verso i sacerdoti, la fede nel sacramento dell’Eucaristia sono ancora per noi cristiani di oggi fondamentali per vivere il nostro battesimo e testimoniarlo agli altri.

 

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