top of page
Gemini_Generated_Image_fks1j5fks1j5fks1_

La Basilica-Santuario di S. Antonio di Padova in Bologna.
Sintesi storica

di Pacifico Sella OFM

 

Non si può comprendere spiritualmente la presenza di frate Antonio di Padova qui a Bologna senza considerare quella di s. Francesco d’Assisi, che lo precedette. Nell’ottica della Provvidenza, si potrebbe verosimilmente dire che se frate Antonio di Padova è giunto qui a Bologna è perché s. Francesco vi aveva transitato, sostato e predicato. La Provvidenza ha fatto sì che la venuta di Antonio nella città felsinea, fosse motivata anche dal fatto che egli ebbe modo di conoscere il Ministro dell’allora Provincia de Longobardia (che in quegli anni comprendeva un’unica grande circoscrizione territoriale corrispondente a tutto il Nord Italia) e che egli stesso aveva incontrato nella congregazione del Capitolo delle Stuoie, celebrato ad Assisi nella Pentecoste del 1221. Non intendo qui raccontare il perché e il per come frate Antonio si trovò a partecipare a quel Capitolo generale. Mi limito a dire semplicemente che tutti i frati di quel tempo erano chiamati a parteciparvi e così anch’egli, che in quel frangente temporale si trovava a sostare fortuitamente in  Sicilia, dove era approdato (a Milazzo?) dopo la sua rocambolesca navigazione proveniente dalle coste nord africane. Pertanto, attraversò lo stretto di mare che separa la Sicilia dal Continente e a piedi risalì la Penisola fino ad Assisi.

Nel contesto dell’assembramento capitolare conobbe frate Graziano, ministro del Nord Italia. Questi lo prese con sé. Frate Antonio ottenne, in un primo momento, di ritirarsi a Monte Paolo (provincia di Forlì) e lì scelse una grotta dove avrebbe fatto vita di preghiera. Dopo circa un anno di vita eremitica, la Provvidenza dispose che alcuni frati dovessero essere ordinati sacerdoti a Forlì. In quel contesto frate Graziano, dopo averlo chiesto vanamente ai Domenicani, esortò disperatamente frate Antonio di tenere una conferenza spirituale ai religiosi presenti, tra cui gli stessi domenicani. Frate Graziano non era al corrente della preparazione teologica e scritturistica di Antonio, conseguita nel suo periodo agostiniano trascorso a Coimbra, ma il ministro provinciale aveva constatato che Antonio parlava in maniera fluente il latino e tanto fu sufficiente per convincersi che il frate lusitano fosse molto più acculturato di quello che egli umilmente tentava di occultare.

Quest’evento che svelò la ricchezza della sua conoscenza teologica, diede modo ai frati di comprendere quale tesoro di conoscenza scritturistica egli possedesse. Ebbe così inizio la sua vita di predicazione ed anche d’insegnamento. In effetti è appunto in questo tempo che egli riceve un biglietto dallo stesso s. Francesco ove, complimentandosi con frate Antonio «mio vescovo» per essersi disposto  all’insegnamento della sacra teologia, lo esortava però che tale impegno non estinguesse in lui lo spirito di orazione e di devozione voluto dalla Regola (Fonti Francescane, n. 251).  

Nel 1229, frate Antonio fu trasferito da Bologna a Padova, ove in precedenza aveva predicato e dove avrebbe concluso il suo transito terreno nel 1231.

1. Preambolo importante: la situazione politica della Chiesa a cavallo dei secoli XVIII e XIX

Il tempo della Chiesa lungo il XIX secolo è stato definito come il tempo del “liberalismo”[1].

Che cos’è il liberalismo? Definizione dell’Enciclopedia Cattolica: «Movimento ispirato al principio di libertà in ogni campo, spirituale e politico, che prevalse in Europa dopo la rivoluzione francese del 1789 e caratterizzò l’epoca contemporanea sino alla prima guerra mondiale»[2].

Di primo acchito sappiamo che la rivoluzione francese costituì un grande ed innovativo mutamento nei confronti dell’assolutismo regio che, sin da subito (4 agosto 1789), comportò in Francia la sospensione dei diritti feudali e la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (26 agosto). In seguito ad una forte influenza determinata dall’illuminismo dominante, in quel contesto furono varati dall’Assemblea Nazionale Costituente una serie di provvedimenti anti ecclesiastici: confisca e incameramento dei beni del clero (2 novembre 1789) e la loro conseguente vendita e, poi, la soppressione degli Ordini religiosi (13 febbraio 1790). Ebbene, come ha scritto il prof. Giacomo Martina: «I due decreti [...] costituiscono un punto fermo a cui si rifanno nel corso dell’Ottocento quasi tutti gli Stati liberali, almeno quelli latini»[3].

Il dramma della Chiesa francese si faceva sempre più acuto e visibile nella constatazione dei dissidi e umiliazioni a cui erano sottoposti i parroci e i religiosi. Essa si troverà completamente subordinata allo Stato costituendo una sorte di “chiesa costituzionale”, avvalorata dalla sottoscrizione coatta della Costituzione civile del clero (12 luglio 1790) da parte dei suoi membri. Sebbene la reazione di papa Pio VI († 1799) non si facesse attendere, essa sarà praticamente ininfluente[4].

Con tutto quello che in quegli anni seguì (il massacro del settembre del 1792, che comportò la morte violenta di 300 sacerdoti, e il periodo del Terrore dal luglio del 1793 al luglio del 1794), si aprì un abisso insormontabile fra la Chiesa Cattolica e la Rivoluzione, per cui dalla fondazione di una chiesa nazionale si passava alla lotta aperta contro la religione, nel tentativo dichiarato di scristianizzare la Francia[5].

Quanto alla temperie francese, essa troverà una parziale risoluzione sotto Napoleone che porterà alla firma del concordato del 1801 con papa Pio VII († 1823). Tale concordato, che regolerà i rapporti tra la Chiesa francese e lo stato francese fino al 1905, riconosceva il Cattolicesimo come la religione della maggioranza dei Francesi e, quindi, il ripristino del culto cattolico in Francia. Sebbene la Chiesa rinunciasse alla sua posizione privilegiata tipica dell’ancien regime, si assicurava però una larghissima libertà di movimento per la pratica del culto[6].

Tralascio ora le vicende francesi per addentrarmi in quelle italiane. Al riguardo, mi limito qui a dire che quanto avvenne con la Rivoluzione Francese comporterà la genesi e la progressiva formazione di una società scristianizzata, come non lo era mai stata prima. L’esempio francese scatenò in tutta Europa progetti anche sul piano istituzionale che avrebbero determinato nei vari stati diversificate iniziative politicamente contrarie alla Chiesa.

Frutto dell’acredine giacobina francese è stata la soppressione degli Ordini religiosi in tutti gli stati egemonizzati da Napoleone Bonaparte († 1821), imperatore dei Francesi e re d’Italia, attuata mediante il Decreto portante la soppressione delle compagnie, congregazioni, comuni ed associazioni ecclesiastiche,  pubblicato a Compiègne il 25 aprile 1810 . 
Naturalmente con la caduta della cometa napoleonica, nel 1814 gli stati pontifici furono riconsegnati al suo legittimo sovrano, il Papa, ma i conventi che furono messi all’asta con l’allontanamento dei religiosi, rimasero nelle mani di coloro che li avevano comperati. Pertanto in Italia dopo la caduta di Napoleone, se da una parte si assiste al tentativo di restaurare tutti quegli equilibri politici che c’erano prima della sua ascesa (ed ecco il Congresso di Vienna con tutto quello che ne seguì), dall’altra non si fece niente per far sì che i religiosi estromessi dalle loro case conventuali potessero rientrare in possesso per dimorarvi. Perciò, le suore che erano state espulse dai loro monasteri, continuavano a vivere pensionate presso le loro famiglie; stessa cosa per i religiosi laici, mentre i religiosi presbiteri avevano trovato provvisorio impiego nelle Diocesi o come parroci, o come cappellani e qualcuno anche come docente di teologia. Il volto della società era mutato: non più la societas christiana dei secoli precedenti ma bensì come societas civilis mere saecularis! 
Nel caso dell’Ordine dei Frati Minori la situazione si era assai precarizzata e si era resa particolarmente difficile. Un’ultima cosa: importante è ritenere che in questo clima di precarietà i rapporti che il Regno d’Italia nutriva nei confronti dei religiosi andarono via via sempre più deteriorandosi. Nel 1866 il Regno d’Italia sopprime le presenze religiose nel proprio territorio nazionale: dopo la IIIa guerra d’Indipendenza tali leggi saranno estese anche ai territori acquisiti nel 1870: il Veneto e la parte occidentale del Friuli. Nel medesimo anno, dopo il 20 settembre, il Regno d’Italia occupa Roma, ponendo fine al potere temporale del Papa. 

2. Panorama del decorso politico nazionale
Una questione che potrebbe apparire curiosa ed interessante al contempo: com’è possibile che in un clima anticlericale così marcato, sia stata resa avverabile l’erezione di un santuario così grande e bello come il nostro di S. Antonio di Padova qui a Bologna?
L’acredine antireligiosa tipica dei liberal massoni, che costituivano principalmente l’organico politi-co-dirigenziale dello stato italiano, andò negli anni dell’ultimo quarto del XIX secolo incrementandosi, nonostante i tentativi fatti dalla Santa Sede di trovare dei punti di dialogo e di conciliazione. Basti pensare, nel 1887, all’intervento duro del primo ministro Francesco Crispi in parlamento, con cui rigettava tutte le proposte di conciliazione avanzate da esponenti cattolici. A dire di Crispi, l’Italia non essendo in guerra con nessuno, non chiedeva nessuna conciliazione. Pertanto, lo iato tra il Regno d’Italia e la Chiesa, che si era originato nel 1870 con la Breccia di Porta Pia, andava sempre più approfondendosi. 
Ciò che impensabilmente riavvicinò lo Stato alla Chiesa fu il pericolo rappresentato dal movimento socialista, il quale era stato favorito dall’allargamento del suffragio elettorale e dalla conseguente presa di consapevolezza delle classi proletarie. In effetti, i socialisti non tardarono a dar manifesta prova del-la loro forza con i motti che si ebbero a Milano nel 1898, sanguinosamente repressi dall’esercito, e che furono la scaturigine degli scioperi che dilagarono su tutto il territorio italiano nei primi anni del ‘900, culminando nello Sciopero Generale del 1904 .
Fu tale avanzata del Socialismo che atterrì la classe politica coeva, tant’è che la dirigenza politico-istituzionale accolse positivamente le proposte di collaborazione dei  liberali moderati (di matrice cattolica) dando origine a quelle coalizioni che ricevettero il nome di “clericomoderate”. Dietro al paravento delle apparenze, colui che favorì questa fluttuazione fu il nuovo presidente del consiglio Giovanni Giolitti, che riuscì, ma solo parzialmente, a contenere l’espansione socialista, con l’implicito allarga-mento ai cattolici.
Anno 1904, secondo sciopero generale organizzato dai socialisti in tutta Italia, Pio X permise (ma solo a voce) ad alcuni cattolici di presentarsi come candidati alle elezioni politiche. Fu il primo superamento informale del non expedit, che era stato imposto da Pio IX in seguito all’occupazione di Roma del 20 settembre del 1870 e che obbligava i Cattolici all’astensione dalla vita politica del paese. Questa eccezione voluta da Pio X e motivata dalla necessità di contrastare sul momento i socialisti in parla-mento, col passare del tempo divenne un’informale pragmatica consuetudine.
                                                                                                       *  *  *
Ho inteso qui riassumere la storia politica dell’Italia tra la seconda metà del XIX sec. e l’inizio del XX, con l’intento di poter fornire una visione complessiva della problematicità civile che spieghi le apparenti contraddizioni storico-politiche contestuali e che alla fine – per assurdo – favoriranno l’erezione di un’imponente fabbrica come quella del santuario dedicato a S. Antonio di Padova qui a Bologna, nonostante l’anticlericalismo dominante della classe dirigente civile. Pertanto, non sarebbe stato possibile spiegare la fondazione bolognese della chiesa titolata al Santo lusitano senza dopo aver-la inquadrata nella cornice politica tipica di quegl’anni che videro l’“alleanza” informale tra la Chiesa e i politici “cattolici” a motivo della paura socialista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Costruzione del Convento
È in questa ricomposta “pacificazione” che nella mente della Provincia minoritica bolognese sorse l’idea di richiedere al Demanio la consegna del convento dell’Annunziata, che era stato incamerato con le soppressioni del 1866 e poi trasformato in caserma. Naturalmente la petizione fu respinta, con gran-de delusione dei Frati. Ma essi non si diedero per vinti e, in quel triste contesto, cercarono nuovamente un luogo dove comunitariamente vivere, pregare e curare il Popolo di Dio.
Si cominciò così ad attenzionare le offerte sul mercato di edifici o di lotti di terreno messi in vendita e le voci di possibili alienazioni. In quest’ambito fu valutata la proposta di acquisto di un ex convento ubicato in via Sant’Isaia, ma il prezzo esorbitava le possibilità che i Frati avevano per poterlo acquisire. Sempre in questo frangente, gli occhi dei Minori si posarono su di un terreno, semiabbandonato, extra moenia, tra porta Maggiore e porta S. Stefano. Il luogo non era troppo distante dal centro cittadino e, al tempo stesso, abbastanza isolato, ideale per l’erezione di un convento. Superata qualche titubanza iniziale, i Frati presero contatto con la Società Credito e Industrie Edilizie di Roma, che ne era la proprietaria, e lo comprarono. Era il 30 luglio 1896. Il terreno era costituito da un’area di 9 mila metri quadrati, ubicato in frazione S. Ruffillo del Comune di Bologna. I Frati acquirenti furono fr. Artemio Barborin, fr. Cesare Gaggioli e fr. Ivo Borghi. 
Nel 1898 si cominciò a costruire il nuovo convento. A tal scopo il Ministro provinciale, p. Picconi († 1913), incaricò fr. Mario Mastacchi († 1904) di costruire il convento titolato a S. Antonio di Padova. Il Mastacchi, a motivo della sua intraprendenza e spirito di sacrificio, può essere considerato il vero fondatore della nuova erezione. Non lesinò fatiche al riguardo, a tal punto che si dispose anche ad andare per elemosina di porta in porta onde far fronte alle spese eccezionali che si accumulavano nella costruzione dell’edificio.
Il Ministro generale fr. Luigi Lauer († 1901), ebbe modo di scrivere al Ministro provinciale di Bo-logna, fr. Giacinto Picconi, il 2 luglio 1898, il quale l’aveva interpellato chiedendogli il placet per la costruzione del convento. Il Generale lo esortò ad osservare la povertà francescana: la grandezza sufficiente dell’edificio doveva evitare ogni lusso e grandiosità appariscente. In pratica, dopo la ricezione del benestare del Ministro generale, la costruzione dell’edificio partì alacremente. Il 3 maggio del 1900 (anno giubilare), il convento fu inaugurato. In questo inizio, mancando ancora la chiesa, era stato scelto l’attuale refettorio quale cappella provvisoria, in attesa di accumulare finanziariamente un somma sufficiente per iniziare l’erezione del tempio. Naturalmente, così non si poteva andare avanti, anche perché un convento senza chiesa rimane pur sempre un … non finito. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


4. Costruzione del Santuario
Ci si meravigliò quando si constatò che in Bologna non ci fosse una chiesa dedicata a s. Antonio di Padova. L’iniziatore e prodigo sostenitore di tale iniziativa fu mons. Marcello Massarenti († 1905). Questi in gioventù tentò di farsi frate minore nella Provincia Francescana Bolognese. Ma a causa di una serie di contingenze negative dovute alle soppressioni, ne fu impedito. Entrò però in seminario e diventò prete e come tale fu chiamato a lavorare nell’Elemosineria Apostolica di papa Leone XIII. Egli era un appassionato collezionista d’arte.  Si dice che la sua collezione ammontasse a 1.700 pezzi, che furono venduti in un unico blocco ad un magnate statunitense, Henry Walkers, che li acquisì nel 1902; questi li profuse per costituire la Galleria d’Arte di Baltimora, dove attualmente si trovano. A mons. Massarenti era rimasto tuttavia il nostalgico ricordo di quando, giovanissimo religioso francescano, fu costretto poi ad abbandonare il convento a causa delle soppressioni prodotte dalle leggi eversive del Regno d’Italia del 1866. La vendita del fondo d’arte di mons. Massarenti procurò allo stesso la somma di lire 100.000, che a quel tempo era una cifra piuttosto considerevole. Tale somma mons. Massarenti la passò in toto ai Frati perché procedessero con la costruzione della chiesa. A loro volta i Minori vendettero il conventino dell’Incoronata (ubicato nei pressi di Porta S. Mammolo), acquisito ad inizio degli anni ‘70 dell’800, e questuando di porta in porta, procedettero alla costruzione della chiesa. Ma prima si doveva acquistare un altro appezzamento di terreno (confinante con il terreno sul quale si era già costruito il convento), dalla stessa Società a cui ci si era rivolti precedentemente. Dalla progettazione della chiesa fu in un primo tempo incaricato il prof. Collamarini, il quale presentò il suo progetto nel 1902. Ma i frati lo giudicarono un po’ troppo stridente con lo stile francescano: sebbene bello, era troppo sfarzoso e ciò avrebbe contraddetto quanto in precedenza era stato disposto dal Ministro generale; pertanto i frati lo respinsero.
Ci si rivolse allora ad un ingegnere modenese, Carlo Barberi, il quale era già conosciuto dai frati per essersi precedentemente prestato all’erezione del convento di S. Cataldo a Modena. Dopo esser stato istruito dai religiosi su come dovesse essere la chiesa, egli presentò il suo progetto: una chiesa neogotica, armoniosa, sufficientemente grande, e senza particolare fastosità. Il progetto fu accettato.
Importante qui sapere che contemporaneamente in Bologna si stavano smantellando intere aree oc-cupate da strutture rinascimentali secondo un piano regolatore assai discutibile e che non teneva conto della storia cittadina. Fu per esempio la volta di Porta Santo Stefano, il cui materiale fu acquistato nel 1902 col fine di poterlo utilizzare nella realizzazione delle fondamenta dell’erigenda chiesa. Così il 3 settembre del 1903, mons. Luigi Canali († 1905 - ex ministro generale, eletto poi vescovo di Tolemaide) poté collocare la prima pietra. La Memoria che vi fu murata chiama questo giorno: felice - Oh! felix haec dies!
La costruzione della chiesa fu conclusa nel 1904 e nel novembre di quell’anno il Sig. Attilio Fabbri vi installò le vetrate ancora bianche. Nel dicembre del medesimo anno sono collocati sui pinnacoli i fiori scolpiti in pietra di Vicenza. Ormai il grezzo della chiesa era concluso e per essa furono usati 1.042.023 mattoni, ad esclusione di quelli usati per le fondamenta (provenienti dalle mura di Porta Santo Stefano). Passando in rassegna le ditte che cooperarono all’erezione, si evince che furono tutte maestranze bolognesi, all’infuori di qualche obbligata eccezione. Quindi, tutto sommato, la costruzione del santuario la si potrebbe considerare quale espressione cristiana della “bolognesità” più autentica nei confronti del Santo di Padova. Nel 1934 fu aggiunta una nuova ala al convento, in quanto esso risultava esser divenuto piccolo causa i tanti enti che ospitava: la Curia Provinciale, lo Studio Teologico, il Commissariato di Terra Santa, la Fraternità del Terz’ordine Francescano oltre che la fraternità religiosa in quanto tale.
C’è un’ultima cosa a cui si deve accennare prima di chiudere questa sintesi sulle origini del Santua-rio antoniano di Bologna: la costruzione del campanile. Prima dell’erezione della torre campanaria, a richiamare i fedeli alle sacre funzioni vi erano le campanelle del convento della Madonna della Libertà. Sembra che fossero poste sul «soffitto aperto»  del Santuario.

 


5. Il Campanile
Prima di concludere questa nostra rapida carrellata, penso sia cosa giusta dire qualche parola sul campanile. 
Esso fu disegnato e progettato dallo stesso architetto che progettò la chiesa: Carlo Barberi. L’esecutore che mise in opera il progetto del Barberi fu l’ingegner Camillo Uccelli di Parma. Si potrebbe dire con fr. Cesare Tinelli che «fu un altro miracolo». Di fatto, fu un certo Sig. Tamba che spronò la comunità affinché i frati provvedessero ad erigere al più presto la torre delle campane. E così in nove mesi il campanile fu innalzato (dall’ottobre 1927 al giugno del 1928). Nel castello campanario furono installate quattro nuove campane che si aggiunsero a quelle più piccoline provenienti dal con-vento della Madonna della Libertà e che in quanto tali non erano appropriate per il nuovo campanile. Fu la bolognese ditta Brighenti a provvedere sia alla fusione che all’incastellamento campanario. Le quattro nuove campane furono tutte titolate, secondo tradizione, al patronato dei santi: la prima di 562 Kg. fu dedicata a S. Antonio; la seconda di 323 Kg., fu dedicata all’Immacolata; la terza di 224 Kg. a S. Francesco e l’ultima, di 154 Kg., a S. Giuseppe.    
                                                                                                       * * *
Intendo concludere questo breve profilo storico, che ha avuto quale suo elemento centrale l’origine felsinea della chiesa santuario di S. Antonio di Padova, con una sostanziale sintesi cronologica delle principali opere che furono apportate nel tempio.
Subito dopo l’erezione della chiesa nel 1904 – con la sua consacrazione lunedì 17 ottobre 1904 compiuta da Sua Ecc. fr. Luigi Canali – già nell’anno successivo furono apportati nell’edifico sacro gli arredi, fu eretto l’altare maggiore e furono terminati quelli del Crocifisso (1906) in marmo rosso di Verona e quello dell’Immacolata in marmo bianco, su disegno del Conte Gemmi. La ditta chiamata a questa realizzazione fu la bolognese Laghi. Il 3 dicembre, prima domenica d’Avvento, ci fu la consacrazione di questi tre altari da parte del cardinal Domenico Svampa († 1907). Sempre nel 1905 furono ultimate le porte con l’installazione di due solenni battenti in noce.   
Nel 1906 furono ultimati i confessionali e fu fatta la nicchia lignea di S. Antonio, dove attualmente si trova. Nel 1909 si affrontò l’erezione dell’altare della Madonna della Libertà o anche conosciuta come “delle reliquie”, in quanto qui vi erano esposte. Le offerte per pagare questa cappella furono raccolte con dei cicli di predicazione in America, sostenuti dai minori bolognesi ivi operanti presso gli emigrati italiani. Nel maggio del 1911 il Gemmi terminò la decorazione del coro. Ciò aveva tenuto impegnato il pittore dal 1906.
Insieme al Gemmi, dal 1912 al 1914, l’obbedienza francescana aveva posto due frati quali suoi aiutanti: fr. Eusebio Gelati (†1974) e fr. Augusto Centofanti (†1977). Il primo intervenne nella cappella dell’Immacolata, il secondo in quella di S. Francesco ed altre laterali.
Nel 1912 era stato inaugurato l’altare di S. Giuseppe, realizzato in marmo bianco di Carrara su di-segno dell’ingegner Barberi; sarà consacrato il 9 aprile del 1913 dal Cardinal Giacomo Dalla Chiesa, che da lì a poco sarebbe diventato papa col nome di Benedetto XV († 1922). Nel 1914 è installato il nuovo organo tubolare-elettrico da parte di due ditte che per l’occasione lavorarono insieme: la Ditta Balbiani di Milano e la di Marenzi di Bologna. Seguirono gli anni della prima guerra mondiale che produssero una lunga stasi nei lavori complementari della basilica. Negli anni successivi alla chiusura della guerra, furono rinnovati il pavimento delle cappelle dell’Immacolata e di S. Francesco: si provvide alla nuova pavimentazione in marmo persichino di Verona, cosa che fece la ditta Baraldi di Modena. 
Gli anni ’30 iniziano con una progressione integrativa dell’ascesa titolare della chiesa: nel 1930 l’arcivescovo di Bologna, il Card. Giovanni Battista Nasalli Rocca († 1952) eleva la medesima a Santuario. Nel 1931, fu un anno giubilare circoscritto al Santuario stesso, in quanto ricorreva il VII centenario della morte del Santo lusitano. E fu l’anno in cui furono scolpite da Francesco Martiner († 1946) ad Ortisei le stazioni della via Crucis in stile goticheggiante. Nell’aula assembleare s’installarono 18 grossi lampadari in ferro battuto. Gli apporti derivanti dalla circostanza anniversaria furono in fine si-glati dall’erezione nel 1932 di un monumento al «Santo dei Miracoli» con una statua bronzea del prof. Mario Bega, installata su una piazzetta alberata originata dall’incrocio di via Jacopo della Lana con la circonvallazione di Viale Giosuè Carducci, oggi largo Mariele Ventre.
Gli anni che seguirono alla chiusura del centenario antoniano, furono segnati dalla finalità dei frati di giungere alla dipintura completa del Santuario nel suo interno. E fu così che dal 1934 al 1938 si approntò quest’opera meritoria. La navata centrale fu assegnata ad Antonio Maria Nardi; le pareti del presbiterio al francescano fr. Pietro Pietroni († 1973) e le navate laterali al decoratore Ruffo Reffi di S. Marino. In questo contesto il Nardi, che era ben voluto dai frati, dipinse magistralmente la parete in-terna della facciata raffigurandovi il trionfo dell’Immacolata e nella navata centrale alcuni fatti della vita di s. Antonio.
Contemporaneamente  all’opera del Nardi, fr. Pietro Pietroni († 1961) compose le due grandi scene che dipinse nel presbiterio: guardando l’altare maggiore, a sinistra il funerale di s. Antonio e a destra s. Antonio che predica ai pesci. Intanto il decoratore Ruffo Reffi completò il suo lavoro sulle navate laterali dipingendo ad olio, con una particolare tecnica, le colonne in strisce chiare e scure, secondo lo stile pisano apportando un incremento stilistico/estetico alla chiesa originale.
Il 30 maggio 1939 fu indirizzato un breve pontificio da papa Pio XII ai frati (papa Pacelli fu eletto il 2 marzo del 1939 e, quindi, uno dei primi atti del suo pontificato): confermava l’elevazione della chiesa quale Santuario e le conferiva il titolo di “basilica minore”.
Ultima grande opera che fu installata è l’organo meccanico che venne a sostituire quello originale che ormai era diventato obsoleto ed inadatto. Il nuovo organo fu inaugurato nel 1972 e fu installato dalla Ditta “Giuseppe Zanin e figlio” a ridosso dell’Abside rendendo più ampio il piano del coro, eliminando così il vecchio organo che  vi occupava lo spazio centrale. A contribuire significativamente al sovvenzionamento dell’opera, insieme a molti altri, fu la generosa donatrice Sig.na Iole Bega.
Quasi simultaneamente (an. 1971) all’installazione dell’organo erano stati ripresi i lavori per la ricostruzione dell’altare maggiore: su progetto dell’architetto Melchiorre Bega: il vecchio altare fu interamente demolito, tenendo però i marmi per la realizzazione di quello nuovo, rendendolo conforme alle nuove esigenze liturgiche. 
Quale nuova sede del Santissimo fu scelta la cappella dell’Immacolata avendo le sue pitture chiari riferimenti all’Eucarestia. Fu consacrata dal card. Antonio Poma (†1985) il 10 giugno del 1972.
Il 1979 è l’anno in cui la basilica rischia tutto il suo futuro: una crepa si era originata lungo la sua navata sinistra che, per questo, rischiava di cedere. In seguito a questa situazione, i marmi delle tre cappelle della navata incominciarono a sconnettersi creando allarme nei religiosi di quegli anni. L’altare di S. Giuseppe fu persino imbrigliato da reti e ponteggi. Tutte e tre le cappelle saranno rinforzate con solai di cemento e i marmi dei relativi altari smontati e rimontati, completamente rifatto l’impianto elettrico, ritoccate le pitture che ne avevano risentito e risistemati i pavimenti. Rifatti saranno anche i confessionali e aggiornati secondo le nuove normative liturgiche. Anche gli arredi furono completamente rifatti, grazie al contributo di beate benefattrici. 
L’ultimo significativo intervento lo abbiamo avuto proprio in questi mesi dell’anno in corso (prima metà 2026): il restauro e la sistemazione della grande vetrata posta sul frontale della chiesa, sopra l’entrata centrale. Lavoro che è costato 45.000 € di cui 20.000 sono stati raccolti da donazioni fatte dai fedeli bolognesi ancora nei primi mesi dell’anno in corso. Si conferma così che il Santuario di S. Antonio di Padova, come nel passato, è ancora oggi oggetto della carità disinteressata dei Cristiani bolognesi che colgono in esso la sicura vicinanza protettiva del Santo dei Miracoli.

 

______________

[1] Per avere una visione d’insieme sul “liberalismo” rimando all’ottimo G. Martina, Storia della Chiesa. Da Lutero ai nostri giorni 3: L’età del liberalismo, Brescia 1995.

[2] G. Bozzetti, v. Liberalismo in EC 7, Città del Vaticano 1951, col. 1253.

[3] Martina, op. cit., 14

[4] Il 15 febbraio 1798 i Francesi di Napoleone entrarono in Roma e proclamarono la Repubblica romana. Deposero il Pontefice e lo costrinsero ad esulare prima in Toscana, stabilendosi provvisoriamente presso la Certosa di Firenze, per essere poi trasferito: gli toccherà la via dell’esilio in Francia. Morirà a Valence il 29 agosto 1799. Per una visione d’insieme su Pio VI rimando a Marina Caffiero, v. Pio VI, in Enciclopedia dei Papi 3: Innocenzo III - Giovanni Paolo II, Roma 2000, 492b-508b.

[5] Martina, op. cit., 15.


[6] Martina, op. cit., 20-21.

[7] Edito in Bollettino delle Leggi del Regno d’Italia. Parte prima. Dal primo gennaio al 30 giugno 1810, Milano, dalla Reale Stamperia, 1810, n. 77, p. 264-267.

[8] G. Procacci, Lo sciopero generale del 1904, in Rivista storica del socialismo, Milano 1962.

[9] C. Tinelli, Il miracolo di Sant’Antonio in Bologna, in Il Decennale eucaristico 1980, Parrocchia francescana di Sant’Antonio, Bologna 1980, p. 20c.: «aperto soffitto».

Gemini_Generated_Image_aie02xaie02xaie0_
bottom of page